Andrea, dopo essere restato con Gesù e aver imparato tutto ciò che Gesù gli aveva insegnato, non tenne chiuso in sé il tesoro, ma si affrettò a correre da suo fratello per comunicargli la ricchezza che aveva ricevuto. Ascolta bene cosa gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» (Gv 1,41).
Vedi in che maniera notifica ciò che aveva appreso in poco tempo? Da una parte mostra quanta forza di persuasione aveva il Maestro sui discepoli, e dall’altra rivela il loro interessamento sollecito e diligente circa il suo insegnamento.
Quella di Andrea è la parola di uno che aspettava con ansia la venuta del Messia, che ne attendeva la discesa dal cielo, che trasalì di gioia quando lo vide arrivare, e che si affrettô a comunicare agli altri la grande notizia.
Dicendo subito al fratello ciò che aveva saputo mostra quanto gli volesse bene, come fosse affezionato ai suoi cari, quanto sinceramente fosse premuroso di porgere loro la mano nel cammino spirituale.
Guarda anche l’animo di Pietro, fin dall’inizio docile e pronto alla fede: immediatamente come senza preoccuparsi di nient’altro. Infatti dice: «Lo condusse da Gesù» (Gv 1,42).
Nessuno certo condannerà la facile condiscendenza di Pietro nell’accogliere la parola del fratello senza aver prima esaminato a lungo le cose. E' probabile infatti che il fratello gli abbia narrato i fatti con maggior precisione e più a lungo, mentre gli evangelisti compendiano ogni loro racconto preoccupandosi della brevità.
D’altra parte non è detto nemmeno che abbia creduto senza porre domande, ma che Andrea «lo condusse da Gesù»; affidandolo a lui perché imparasse tutto da lui direttamente. C’era insieme infatti anche un altro discepolo e anche lui fu guidato nello stesso modo.
Se Giovanni Battista, dicendo: «Ecco l’Agnello di Dio», e ancora: ecco colui che battezza nello Spirito (cfr. Gv 1, 29. 33), lasciò che un più chiaro insegnamento su questo venisse da Cristo stesso, certamente con motivi ancor più validi si comportò in questo modo Andrea, non ritenendosi tale da dare una spiegazione completa ed esauriente. Per cui guidò il fratello alla sorgente stessa della luce con tale premura e gioia da non aspettare nemmeno un istante.
Dalle «Omelie sul vangelo di Giovanni» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
Nulla possa turbare la mia pace ne farmi uscire da Te, o Immutabile; ma che ad ogni istante, io mi immerga sempre più nelle profondità del tuo mistero! Beata Elisabetta della Trinità
lunedì 30 novembre 2009
domenica 29 novembre 2009
Il dono dell'Avvento
"Fratelli, celebrate come si conviene, con grande fervore di spirito, l'Avvento del Signore, con viva gioia per il dono che viene fatto e con profonda riconoscenza per l'amore che viene dimostrato.
Non meditate però solo sulla prima venuta del Signore, quando egli entrò nel mondo per cercare e salvare ciò che era perduto, ma anche sulla seconda, quando ritornerà per unirci a sè per sempre.
Fate oggetto di contemplazione la doppia venuta del Cristo, riflettendo su quanto ci ha donato nella prima e su quando ritornerà per unirci a sè per sempre.(...)Il Salvatore trasfigurerà con la sua venuta "il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso" solo se già prima troverà rinnovato e conformato nell'umiltà al suo il nostro cuore"Mt 11,29.Considera in queste parole la doppia umiltà,quella di conoscenza e quella di volontà.
Quest'ultima qui viene chiamata umiltà di cuore.
Con la prima consciamo il nostro niente, come deduciamo dall'esperienza di noi stessi,e dalla nostra debolezza. Con la seconda rifiutiamo la gloria fatua del mondo.
Noi impariamo l'umiltà del cuore da colui che "spogliò se stesso,assumendo la condizione di servo" Fil 2,7, da colui che quando fu cercato per essere fatto re, fuggì,;invece quando fu ricercato per essere coperto di oltraggi e condannato all'ignominia e al supplizio della croce, si offrì di sua spontanea volontà.
Dai Discorsi di San Bernardo, abate, discorso sll'Avvento,3-4
Non meditate però solo sulla prima venuta del Signore, quando egli entrò nel mondo per cercare e salvare ciò che era perduto, ma anche sulla seconda, quando ritornerà per unirci a sè per sempre.
Fate oggetto di contemplazione la doppia venuta del Cristo, riflettendo su quanto ci ha donato nella prima e su quando ritornerà per unirci a sè per sempre.(...)Il Salvatore trasfigurerà con la sua venuta "il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso" solo se già prima troverà rinnovato e conformato nell'umiltà al suo il nostro cuore"Mt 11,29.Considera in queste parole la doppia umiltà,quella di conoscenza e quella di volontà.
Quest'ultima qui viene chiamata umiltà di cuore.
Con la prima consciamo il nostro niente, come deduciamo dall'esperienza di noi stessi,e dalla nostra debolezza. Con la seconda rifiutiamo la gloria fatua del mondo.
Noi impariamo l'umiltà del cuore da colui che "spogliò se stesso,assumendo la condizione di servo" Fil 2,7, da colui che quando fu cercato per essere fatto re, fuggì,;invece quando fu ricercato per essere coperto di oltraggi e condannato all'ignominia e al supplizio della croce, si offrì di sua spontanea volontà.
Dai Discorsi di San Bernardo, abate, discorso sll'Avvento,3-4
giovedì 26 novembre 2009
Trattiamo con soavità come Dio
...Mie carissime madri e sorelle in Gesù Cristo, sforzatevi, coll’aiuto della grazia, di acquistare e conservare in voi tale intenzione e sentimento buono, da essere mosse alla cura e al governo della Compagnia solo per amore di Dio e per lo zelo della salute delle anime. Se tutte le vostre opere saranno così radicate in questa duplice carità, non potranno portare se non buoni e salutieri frutti. Perciò dice il Salvator nostro: «Un albero buono non può produrre frutti cattivi» (Mt 7, 18) come volesse dire che il cuore, quando é informato alla carità, non può produrre se non buone e sante opere. Onde ancora diceva sant’Agostino: Ama e fà quel che vuoi, come se dicesse chiaramente: La carità non può peccare.
Dal «Testamento spirituale» di sant’Angela Merici, vergine
Dal «Testamento spirituale» di sant’Angela Merici, vergine
mercoledì 25 novembre 2009
Santa Caterina di Alessandria
Celebrando la sacratissima memoria della tua nobile lotta, o Caterina degna di ogni lode, noi glorifichiamo con voci che mai tacciono colui che ti ha dato salda pazienza, ti ha dato una parola capace di atterrire i retori, Gesù, l'amico degli uomin, Savatore e Signore.
Martire volontaria ti sei mostrata, gloriosissima Caterina, confutando vigorosamente il tiranno e abbattendo con la luce della conoscenza di Dio e la divina grazia, la tremenda follia del politeismo. Per questo Cristo, Salvatore delle anime nostre, ti ha coronata come martire e come vergine tutta immacolata.
O gloriosissima Caterina, hai ricevuto la grazia dello Spirito all'aprirsi della tua bocca dopo che avevi con zelo purificata te stessa nell'ascesi, con saldo pensiero hai umiliato l'alterigia dei tiranni, e con la didina sapienza hai opposto alla bellezza del corpo lo splendore dell'anima,o decoro degli atleti.
Fonte: Anthologhion , Minèi, Tono 4.
PS per approndimenti sulla vita di Caterina d'Alessandria vai su
http://www.ortodossia-russa.net/testi/Caterina/Santa_Caterina.htm
Martire volontaria ti sei mostrata, gloriosissima Caterina, confutando vigorosamente il tiranno e abbattendo con la luce della conoscenza di Dio e la divina grazia, la tremenda follia del politeismo. Per questo Cristo, Salvatore delle anime nostre, ti ha coronata come martire e come vergine tutta immacolata.
O gloriosissima Caterina, hai ricevuto la grazia dello Spirito all'aprirsi della tua bocca dopo che avevi con zelo purificata te stessa nell'ascesi, con saldo pensiero hai umiliato l'alterigia dei tiranni, e con la didina sapienza hai opposto alla bellezza del corpo lo splendore dell'anima,o decoro degli atleti.
Fonte: Anthologhion , Minèi, Tono 4.
PS per approndimenti sulla vita di Caterina d'Alessandria vai su
http://www.ortodossia-russa.net/testi/Caterina/Santa_Caterina.htm
Tardi ti ho amato
Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l’ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.
Dalle “Confessioni” di sant’Agostino, vescovo
Dalle “Confessioni” di sant’Agostino, vescovo
lunedì 23 novembre 2009
Tardi ti ho amato
Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l’ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.
Dalle “Confessioni” di sant’Agostino, vescovo
Dalle “Confessioni” di sant’Agostino, vescovo
domenica 22 novembre 2009
Vuoi essere un grande?
Vuoi essere un grande?
Comincia con l'essere piccolo.
Vuoi erigere un edificio che arrivi fino al cielo?
Costruisci prima le fondamenta dell'umiltà.
San Agostino
Comincia con l'essere piccolo.
Vuoi erigere un edificio che arrivi fino al cielo?
Costruisci prima le fondamenta dell'umiltà.
San Agostino
sabato 21 novembre 2009
La bimba dove abita Dio

Il 21 novembre, nella tradizione bizantina, si celebra una delle Dodici Grandi feste, cioè quella dell'Ingresso della Madre di Dio nel tempio. Di origine gerosolimitana, è legata alla dedicazione di una chiesa. Molti aspetti della festa, presenti nei testi liturgici, vengono dal Protovangelo di Giacomo, un apocrifo che ha avuto un notevole influsso in oriente e occidente.
Da qui provengono questi elementi: il corteo delle dieci fanciulle che accompagnano Maria, con un chiaro riferimento alla parabola evangelica ("vergini recanti lampade, facendo lietamente strada alla sempre Vergine"); Zaccaria che introduce Maria nel tempio e nel Santo dei Santi ("oggi è condotto al tempio del Signore il tempio che accoglie Dio, la Madre di Dio, e Zaccaria la riceve"); il cibo con cui Maria è alimentata dall'arcangelo Gabriele, prefigurazione del cibo che è la Parola di Dio e dei Santi Doni che si ricevono nella Chiesa ("nutrita fedelmente con pane celeste, o Vergine, nel tempio del Signore, tu hai generato al mondo il Verbo, pane di vita").
La celebrazione del 21 novembre, che si prolunga fino al 25, ha un giorno di prefesta, in cui i testi liturgici annunciano la gioia del cielo e della creazione per il mistero che Dio opera nella Madre di Dio e per suo mezzo. La liturgia, con immagini bibliche molto forti e spesso per via di contrasto, mostra Maria accolta nel tempio che diventa essa stessa tempio e colei che accoglie: essa è tabernacolo santificato, bimba che è anche abitazione di Dio, arca, tempio spirituale, trono, palazzo, letto nuziale, titoli che la tradizione cristiana le ha applicato nel mistero della sua divina maternità ("veneriamo la sua dimora santificata, l'arca vivente, che ha accolto il Verbo che nulla può contenere").
Lo stesso arcangelo Gabriele, che sarà mandato da Dio a Nazaret per portare a Maria l'annuncio della nascita del Verbo di Dio nella carne, è mandato a Maria "giunta nel tempio del Signore per essere allevata nel santo dei santi, quale creatura santificata. Allora a te, l'immacolata, fu inviato anche Gabriele, per portarti cibo". Uno dei tropari del vespro riassume in una bellezza quasi unica tutto il mistero della festa: la gioia della creazione, il mistero di Maria diventata figlia e Madre di Dio, la sua verginità e la sua maternità, l'angelo che annuncia la buona novella. Il tropario della festa, inoltre, presenta questo giorno come preludio della benevolenza e della salvezza di Dio, cioè dell'Incarnazione.
A partire dal 16 novembre, infatti, la tradizione bizantina inizia la cosiddetta "quaresima di Natale", il periodo in cui, soprattutto asceticamente, la Chiesa si prepara alla celebrazione del Natale di Gesù Cristo. L'ufficiatura prevede tre letture dell'Antico Testamento: la consacrazione della tenda della testimonianza e la presenza gloriosa della nube per indicare la gloria del Signore che la riempie (Esodo, 40); l'introduzione dell'arca dell'alleanza del Signore nel tempio di Salomone (1 Re, 8); la gloria del Signore che riempie il tempio e la porta chiusa aperta soltanto dal Signore (Ezechiele, 43, 27 - 44, 4).
Nell'ufficiatura del mattutino, il canone collega ognuna delle odi cantate con la Madre di Dio, e l'ultimo dei tropari ne dà una lettura cristologica: "Il mostro marino, dalle sue viscere, ha espulso come embrione Giona, quale lo aveva ricevuto; il Verbo, dopo aver dimorato nella Vergine e avere assunto la carne, da lei è uscito, custodendola incorrotta: poiché egli ha preservato la madre indenne dalla corruzione cui non era sottostata".
L'icona della festa mostra la Madre di Dio accolta dal gran sacerdote nel tempio, presentata da Gioacchino e Anna. Maria è una fanciulla che entra nel tempio terreno per prepararsi a diventare tempio dell'Altissimo. In un angolo vi è il corteo delle vergini che l'hanno accompagnata e a destra l'arcangelo Gabriele che le porta il nutrimento.
La Madre di Dio è presentata dunque come colei che diventa tempio di Cristo, immagine di quello che ogni cristiano diventa per mezzo del battesimo. Il suo ingresso e la sua vita nel tempio sono dunque anche il nostro ingresso e la nostra vita nel tempio che è Cristo, secondo il vangelo. Questa è, allora, la benevolenza di Dio e la salvezza degli uomini: farli diventare abitazione di Cristo, Dio tra gli uomini, come canta il tropario della festa: "Oggi è il preludio del beneplacito del Signore, e il primo annuncio della salvezza degli uomini. Agli occhi di tutti la Vergine si mostra nel tempio di Dio, e a tutti preannuncia il Cristo".
di Manuel Nin
Fonte: http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html
(©L'Osservatore Romano - 21 novembre 2009)
Presentazione di Maria al Tempio
"Oggi, noi moltitudini di fedeli qui convenuti, celebriamo spiritualmente una festa solenne, e piamente acclamiamo la Vergine, figlia di Dio e Madre di Dio, che viene condotta al tempio del Signore: lei che è stata prescelta da tutte le generazioni, per essere tabernacolo del Cristo, Sovrano universale e Dio di tutte le cose. O vergini, fate strada recando lampade per onorare l'augisto incedere della sempre Vergine. O madri, deposta ogni trostezza, seguitela pieni di gaudio, per celebrare colei che è divenuta Madre di Dio, causa della gioia del mondo. Tutti duque insieme con l'angelo, con gioia gridiamo: Gioisci! alla piena di grazia, a colei che sempre intercede per le anime nostre."
Anthologhion, Minei, Tono pl.2.Di Sergio aghopolita
Anthologhion, Minei, Tono pl.2.Di Sergio aghopolita
venerdì 20 novembre 2009
mercoledì 18 novembre 2009
martedì 17 novembre 2009
Elisabetta conobbe ed amò Cristo nei poveri
Elisabetta incominciò presto a distinguersi in virtù e santità di vita. Ella aveva sempre consolato i poveri, ma da quando fece costruire un ospedale presso un suo castello, e vi raccolse malati di ogni genere, da allora si dedicò interamente alla cura dei bisognosi. Distribuiva con larghezza i doni della sua beneficenza non solo a coloro che ne facevano domanda presso il suo ospedale, ma in tutti i territori dipendenti da suo marito. Arrivò al punto da erogare in beneficenza i proventi dei quattro principati di suo marito e da vendere oggetti di valore e vesti preziose per distribuirne il prezzo ai poveri. Aveva preso l’abitudine di visitare tutti i suoi malati personalmente, due volte al giorno, al mattino e alla sera. Si prese cura diretta dei più ripugnanti. Nutrì alcuni, ad altri procurò un letto, altri portò sulle proprie spalle, prodigandosi sempre in ogni attività di bene, senza mettersi tuttavia per questo in contrasto con suo marito.
Dopo la morte di lui, tendendo alla più alta perfezione, mi domandò con molte lacrime che le permettessi di chiedere l’elemosina di porta in porta. Un Venerdì santo, quando gli altari sono spogli, poste la mani sull’altare in una cappella del suo castello, dove aveva accolto i Frati Minori, alla presenza di alcuni intimi, rinunziò alla propria volontà, a tutte le vanità del mondo e a tutto quello che nel vangelo il Salvatore ha consigliato di lasciare. Fatto questo, temendo di poter essere riassorbita dal rumore del mondo e dalla gloria umana, se rimaneva nei luoghi in cui era vissuta insieme al marito e in cui era tanto ben voluta e stimata, volle seguirmi a Marburgo, sebbene io non volessi. Quivi costruì un ospedale ove raccolse i malati e gli invalidi e servì alla propria mensa i più miserabili ed i più derelitti. Affermo davanti a Dio che raramente ho visto una donna così contemplativa come Elisabetta, che pure era dedita a molte attività. Alcuni religiosi e religiose constatarono assai spesso che, quando ella usciva dalla sua preghiera privata, emanava dal volto un mirabile splendore e che dai suoi occhi uscivano come dei raggi di sole.
Prima della morte ne ascoltai la confessione e le domandai cosa di dovesse fare dei suoi averi e delle suppellettili. Mi rispose che quanto sembrava sua proprietà era tutto dei poveri e mi pregò di distribuire loro ogni cosa, eccetto una tunica di nessun valore di cui era rivestita, e nella quale volle esser seppellita. Fatto questo, ricevette il Corpo del Signore. Poi, fino a sera, spesso ritornava su tutte le cose belle che aveva sentito nella predicazione. Infine raccomandò a Dio, con grandissima devozione, tutti coloro che le stavano dintorno, e spirò come addormentandosi dolcemente.(Al pontefice, anno 1232; A. Wyss, Hessisches Urkundenbuch I, Lipsia 1879, 31-35)
Dalla «Lettera» scritta da Corrado di Marburgo, direttore spirituale di santa Elisabetta
Dopo la morte di lui, tendendo alla più alta perfezione, mi domandò con molte lacrime che le permettessi di chiedere l’elemosina di porta in porta. Un Venerdì santo, quando gli altari sono spogli, poste la mani sull’altare in una cappella del suo castello, dove aveva accolto i Frati Minori, alla presenza di alcuni intimi, rinunziò alla propria volontà, a tutte le vanità del mondo e a tutto quello che nel vangelo il Salvatore ha consigliato di lasciare. Fatto questo, temendo di poter essere riassorbita dal rumore del mondo e dalla gloria umana, se rimaneva nei luoghi in cui era vissuta insieme al marito e in cui era tanto ben voluta e stimata, volle seguirmi a Marburgo, sebbene io non volessi. Quivi costruì un ospedale ove raccolse i malati e gli invalidi e servì alla propria mensa i più miserabili ed i più derelitti. Affermo davanti a Dio che raramente ho visto una donna così contemplativa come Elisabetta, che pure era dedita a molte attività. Alcuni religiosi e religiose constatarono assai spesso che, quando ella usciva dalla sua preghiera privata, emanava dal volto un mirabile splendore e che dai suoi occhi uscivano come dei raggi di sole.
Prima della morte ne ascoltai la confessione e le domandai cosa di dovesse fare dei suoi averi e delle suppellettili. Mi rispose che quanto sembrava sua proprietà era tutto dei poveri e mi pregò di distribuire loro ogni cosa, eccetto una tunica di nessun valore di cui era rivestita, e nella quale volle esser seppellita. Fatto questo, ricevette il Corpo del Signore. Poi, fino a sera, spesso ritornava su tutte le cose belle che aveva sentito nella predicazione. Infine raccomandò a Dio, con grandissima devozione, tutti coloro che le stavano dintorno, e spirò come addormentandosi dolcemente.(Al pontefice, anno 1232; A. Wyss, Hessisches Urkundenbuch I, Lipsia 1879, 31-35)
Dalla «Lettera» scritta da Corrado di Marburgo, direttore spirituale di santa Elisabetta
lunedì 16 novembre 2009
Tu hai nutrito per me pensieri di pace
Ringrazio, come meglio sono capace, la tua immensa bontà e rendo gloria alla tua longanimità, alla ua pazienza e alla tua indulgenza. Ho trascorso tutti gli anni della mia infanzia, della mia fanciullezza, della mia adolescenza e della mia gioventù fino all’età di venticinque anni come una cieca e una pazza. Parlavo e agivo secondo i miei capricci e non sentivo alcun rimorso di questa mia condotta. Ne prendo coscienza solo ora.
Non ti prestavo alcuna attenzione quando mi mettevi in guardia sui pericoli del mio comportamento o mediante una certa naturale avversione che sentivo verso il mare, o attraverso le attrattive al bene che mi sollecitavano, o anch per mezzo dei rimproveri e delle riprensioni dei miei familiari. Vivevo come una pagana, che dimora fra i pagani, come una che mai avesse sentito dire che tu, mio Dio, ricompensi il bene e punisci il male. Ti ringrazio ancora che già dall’infanzia, esattamente fin dal quinto anno di età, mi hai scelta per farki vivere fra i tuoi santi amici nell’ambito della santa religione.
Perciò per la conversione ti offro, o Padre amantissimo, tutta la passione del tuo dilettissimo Figlio a cominciare dal momento che, posato sopra la paglia nel presepio, emise il primo vagito e poi sopportò le necessità dell’infanzia, le privazioni dell’adolescenza, le sofferenze della gioventù fino a quando, chinata la testa, spirò sulla croce con un forte grido. Così pure, per supplire alle mie negligenze, ti offro, o Padre amatissimo, tutto lo svolgersi della vita santissima che il tuo Unigenito condusse in modo perfettissimo nei suoi pensieri, nella parole e azioni dal momento in cui fu mandato dall’altezza del tuo trono sulla nostra terra, fino a quando presentò al tuo sguardo paterno la gloria della sua carne vittoriosa.
In rendimento di grazie, mi immergo nel profondissimo abisso dell’umiltà e, assieme alla tua impagabile misericordia, lodo e adoro la tua dolcissima bontà. Tu, Padre della misericordia, mentre io sciupavo così la mia vita, hai nutrito a mio riguardo pensieri di pace e non di sventura, e hai deciso di sollevarmi così con la moltitudine e la grandezza dei tuoi benefici.
Dalle «Rivelazioni dell’amore divino» di santa Geltrude, vergine
Non ti prestavo alcuna attenzione quando mi mettevi in guardia sui pericoli del mio comportamento o mediante una certa naturale avversione che sentivo verso il mare, o attraverso le attrattive al bene che mi sollecitavano, o anch per mezzo dei rimproveri e delle riprensioni dei miei familiari. Vivevo come una pagana, che dimora fra i pagani, come una che mai avesse sentito dire che tu, mio Dio, ricompensi il bene e punisci il male. Ti ringrazio ancora che già dall’infanzia, esattamente fin dal quinto anno di età, mi hai scelta per farki vivere fra i tuoi santi amici nell’ambito della santa religione.
Perciò per la conversione ti offro, o Padre amantissimo, tutta la passione del tuo dilettissimo Figlio a cominciare dal momento che, posato sopra la paglia nel presepio, emise il primo vagito e poi sopportò le necessità dell’infanzia, le privazioni dell’adolescenza, le sofferenze della gioventù fino a quando, chinata la testa, spirò sulla croce con un forte grido. Così pure, per supplire alle mie negligenze, ti offro, o Padre amatissimo, tutto lo svolgersi della vita santissima che il tuo Unigenito condusse in modo perfettissimo nei suoi pensieri, nella parole e azioni dal momento in cui fu mandato dall’altezza del tuo trono sulla nostra terra, fino a quando presentò al tuo sguardo paterno la gloria della sua carne vittoriosa.
In rendimento di grazie, mi immergo nel profondissimo abisso dell’umiltà e, assieme alla tua impagabile misericordia, lodo e adoro la tua dolcissima bontà. Tu, Padre della misericordia, mentre io sciupavo così la mia vita, hai nutrito a mio riguardo pensieri di pace e non di sventura, e hai deciso di sollevarmi così con la moltitudine e la grandezza dei tuoi benefici.
Dalle «Rivelazioni dell’amore divino» di santa Geltrude, vergine
domenica 15 novembre 2009
Non opponiamo resistenza alla prima venuta per non dover poi temere la seconda
«Allora si rallegreranno gli alberi della foresta davanti al Signore che viene, perché viene a giudicare la terra» (Sal 95,12-13). Venne una prima volta, e verrà ancora in futuro. Questa sua parola è risuonata prima nel vangelo: «D'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo venire sulle nubi del cielo» (Mt 26,64). Che significa: «D'ora innanzi»? Forse che il Signore deve venire già fin d'ora e non dopo, quando piangeranno tutti i popoli della terra? Effettivamente c'è una venuta che si verifica già ora, prima di quella, ed è attraverso i suoi annunziatori. Questa venuta ha riempito tutta la terra.
Non poniamoci contro la prima venuta per non dover poi temere la seconda.
Che cosa deve fare dunque il cristiano? Servirsi del mondo, non farsi schiavo del mondo. Che significa ciò? Vuol dire avere, ma come se non avesse. Così dice, infatti, l'Apostolo: «Del resto, o fratelli, il tempo ormai si è fatto breve: d'ora innanzi quelli che hanno moglie vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero; e quelli che godono, come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero, perché passa la scena di questo mondo. Io vorrei vedervi senza preoccupazioni» (1Cor 7,29-32).
Chi è senza preoccupazione, aspetta tranquillo l'arrivo del suo Signore. Infatti che sorta di amore per Cristo sarebbe il temere che egli venga? Fratelli, non ci vergogniamo? Lo amiamo e temiamo che egli venga! Ma lo amiamo davvero o amiamo di più i nostri peccati? Ci si impone perentoriamente la scelta. Se vogliamo davvero amare colui che deve venire per punire i peccati, dobbiamo odiare cordialmente tutto il mondo del peccato.
Lo vogliamo o no, egli verrà. Quindi non adesso; il che ovviamente non esclude che verrà. Verrà, e quando non lo aspetti. Se ti troverà pronto, non ti nuocerà il fatto di non averne conosciuto in anticipo il momento esatto.
«E si rallegreranno tutti gli alberi della foresta». È venuto una prima volta, e poi tornerà a giudicare la terra. Troverà pieni di gioia coloro che alla sua prima venuta «hanno creduto che tornerà».
«Giudicherà il mondo con giustizia e con verità tutte le genti» (Sal 95,13). Qual è questa giustizia e verità? Unirà a sé i suoi eletti perché lo affianchino nel tribunale del giudizio, ma separerà gli altri tra loro e li porrà alcuni alla destra, altri alla sinistra. Che cosa vi è di più giusto, di più vero, che non si aspettino misericordia dal giudice coloro che non vollero usare misericordia, prima che venisse il giudice? Coloro invece che hanno voluto usare misericordia, saranno giudicati con misericordia. Si dirà infatti a coloro che stanno alla destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34). E ascrive loro a merito le opere di misericordia: «Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere» (Mt 25,35-40) con quel che segue.
A quelli che stanno alla sinistra, poi, che cosa sarà rinfacciato? Che non vollero fare opere di misericordia. E dove andranno?: «Nel fuoco eterno» (Mt 25,41). Questa terribile sentenza susciterà in loro un pianto amaro. Ma che cosa dice il salmo? «Il giusto sarà sempre ricordato; non temerà annunzio di sventura» (Sal 111,6-7). Che cos'è questo «annunzio di sventura»? «Via da me nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (Mt 25,41). Chi godrà per la buona sentenza non temerà quella di condanna. Questa è la giustizia, questa è la verità.
O forse perché tu sei ingiusto, il giudice non sarà giusto? O forse perché tu sei bugiardo, la verità non dirà ciò che è vero? Ma se vuoi incontrare il giudice misericordioso, sii anche tu misericordioso prima che egli giunga. Perdona se qualcuno ti ha offeso, elargisci il superfluo. E da chi proviene quello che doni, se non da lui? Se tu dessi del tuo sarebbe un'elemosina, ma poiché dai del suo, non è che una restituzione! «Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?» (1Cor 4,7).
Queste sono le offerte più gradite a Dio: la misericordia, l'umiltà, la confessione, la pace, la carità. Sono queste le cose che dobbiamo portare con noi e allora attenderemo con sicurezza la venuta del giudice il quale «Giudicherà il mondo con giustizia e con verità tutte le genti» (Sal 95,13).
Fonte: Seconda lettura
Ufficio delle letture, domenica 33 del tempo ordinario.
Dal «Commento sui salmi» di sant'Agostino, vescovo
Non poniamoci contro la prima venuta per non dover poi temere la seconda.
Che cosa deve fare dunque il cristiano? Servirsi del mondo, non farsi schiavo del mondo. Che significa ciò? Vuol dire avere, ma come se non avesse. Così dice, infatti, l'Apostolo: «Del resto, o fratelli, il tempo ormai si è fatto breve: d'ora innanzi quelli che hanno moglie vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero; e quelli che godono, come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero, perché passa la scena di questo mondo. Io vorrei vedervi senza preoccupazioni» (1Cor 7,29-32).
Chi è senza preoccupazione, aspetta tranquillo l'arrivo del suo Signore. Infatti che sorta di amore per Cristo sarebbe il temere che egli venga? Fratelli, non ci vergogniamo? Lo amiamo e temiamo che egli venga! Ma lo amiamo davvero o amiamo di più i nostri peccati? Ci si impone perentoriamente la scelta. Se vogliamo davvero amare colui che deve venire per punire i peccati, dobbiamo odiare cordialmente tutto il mondo del peccato.
Lo vogliamo o no, egli verrà. Quindi non adesso; il che ovviamente non esclude che verrà. Verrà, e quando non lo aspetti. Se ti troverà pronto, non ti nuocerà il fatto di non averne conosciuto in anticipo il momento esatto.
«E si rallegreranno tutti gli alberi della foresta». È venuto una prima volta, e poi tornerà a giudicare la terra. Troverà pieni di gioia coloro che alla sua prima venuta «hanno creduto che tornerà».
«Giudicherà il mondo con giustizia e con verità tutte le genti» (Sal 95,13). Qual è questa giustizia e verità? Unirà a sé i suoi eletti perché lo affianchino nel tribunale del giudizio, ma separerà gli altri tra loro e li porrà alcuni alla destra, altri alla sinistra. Che cosa vi è di più giusto, di più vero, che non si aspettino misericordia dal giudice coloro che non vollero usare misericordia, prima che venisse il giudice? Coloro invece che hanno voluto usare misericordia, saranno giudicati con misericordia. Si dirà infatti a coloro che stanno alla destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34). E ascrive loro a merito le opere di misericordia: «Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere» (Mt 25,35-40) con quel che segue.
A quelli che stanno alla sinistra, poi, che cosa sarà rinfacciato? Che non vollero fare opere di misericordia. E dove andranno?: «Nel fuoco eterno» (Mt 25,41). Questa terribile sentenza susciterà in loro un pianto amaro. Ma che cosa dice il salmo? «Il giusto sarà sempre ricordato; non temerà annunzio di sventura» (Sal 111,6-7). Che cos'è questo «annunzio di sventura»? «Via da me nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (Mt 25,41). Chi godrà per la buona sentenza non temerà quella di condanna. Questa è la giustizia, questa è la verità.
O forse perché tu sei ingiusto, il giudice non sarà giusto? O forse perché tu sei bugiardo, la verità non dirà ciò che è vero? Ma se vuoi incontrare il giudice misericordioso, sii anche tu misericordioso prima che egli giunga. Perdona se qualcuno ti ha offeso, elargisci il superfluo. E da chi proviene quello che doni, se non da lui? Se tu dessi del tuo sarebbe un'elemosina, ma poiché dai del suo, non è che una restituzione! «Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?» (1Cor 4,7).
Queste sono le offerte più gradite a Dio: la misericordia, l'umiltà, la confessione, la pace, la carità. Sono queste le cose che dobbiamo portare con noi e allora attenderemo con sicurezza la venuta del giudice il quale «Giudicherà il mondo con giustizia e con verità tutte le genti» (Sal 95,13).
Fonte: Seconda lettura
Ufficio delle letture, domenica 33 del tempo ordinario.
Dal «Commento sui salmi» di sant'Agostino, vescovo
venerdì 13 novembre 2009
Portiamo gli uni i pesi degli altri
"Chi sono coloro che portano a vicenda i pesi altrui, se non quelli che hanno la carità? Coloro che non hanno la carità sono di peso l`un l`altro ma quelli che hanno la carità, si sorreggono a vicenda. Se qualcuno ti ha offeso e ti chiede scusa, se tu non gliela concedi, tu non porti i pesi di tuo fratello; ma, se gliela concedi, tu sorreggi chi è infermo... Tu però dici: «Sono piccolezze, sono minuzie inevitabili in questa vita». Ma raccogli le piccolezze e ne avrai un mucchio gigantesco! Anche i granelli di frumento sono piccoli, eppure formano una massa enorme, anche le gocce sono piccole, eppure riempiono i fiumi e trascinano i macigni."
Fonte: Agostino, Esposizioni sui Salmi, 129,4-5
Fonte: Agostino, Esposizioni sui Salmi, 129,4-5
mercoledì 11 novembre 2009
martedì 10 novembre 2009
«Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdote regale, la nazione santa, il popolo che Dio si é acquistato» (1 Pt 2, 9).
Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l’unzione dello Spirito Santo poi sono consacrati sacerdoti. Non c’é quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti i cristiani sono rivestiti di un carisma spirituale e soprannaturale, che li rende partecipi della stirpe regale e dell’ufficio sacerdotale. Non é forse funzione regale il fatto che un’anima, sottomessa a Dio, governi il suo corpo? Non é forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull’altare del cuore i sacrifici immacolati del nostro culto? Per grazia di Dio queste funzioni sono comuni a tutti.
Dai discorsi di San Leone Magno
Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l’unzione dello Spirito Santo poi sono consacrati sacerdoti. Non c’é quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti i cristiani sono rivestiti di un carisma spirituale e soprannaturale, che li rende partecipi della stirpe regale e dell’ufficio sacerdotale. Non é forse funzione regale il fatto che un’anima, sottomessa a Dio, governi il suo corpo? Non é forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull’altare del cuore i sacrifici immacolati del nostro culto? Per grazia di Dio queste funzioni sono comuni a tutti.
Dai discorsi di San Leone Magno
domenica 8 novembre 2009
Uomo ricorda che sei corpo animato da un'anima immortale
Non siamo forse composti di due sostanze: anima e corpo? Perché, dunque, non dedichiamo ad entrambi la medesima cura, ma ci preoccupiamo in ogni modo del corpo, chiamiamo i medici, noi stessi lo curiamo diligentemente, lo ricopriamo d`un vestito prezioso, lo nutriamo con un cibo più che sufficiente e vogliamo che si trovi in continua prosperità e non sia travagliato da nessuna malattia, dandoci da fare in tutte le maniere, quando qualcosa lo turba, onde eliminare ciò che lo molesta? E tutto ciò a vantaggio del corpo il quale, secondo la sua sostanza, è qualcosa d`inferiore; che cos`è, infatti, superiore: l`anima o il corpo? Se vuoi constatare la differenza, in effetti, osserva come il corpo, qualora l`anima lo abbandonasse, non varrebbe più a nulla. Tu dunque, che hai tanta cura del tuo corpo, per quale motivo nutri sì grande disprezzo per l`anima e non l`alimenti con un cibo adeguato (gli insegnamenti, cioè, delle sacre Scritture), ponendo i giusti rimedi a quelle ferite e a quelle ulcere che debilitano la sua forza e mettono a dura prova la sua sicurezza? Tu, per contro, lasci che l`anima tua deperisca per la fame e le sue ferite vadano in putrefazione, consentendo che essa, gettata, per così dire, ai cani, venga dilaniata dai mali e dagli illeciti pensieri, mentre ogni sua energia si dilegua.
Perché mai, così come ci mostriamo solleciti nei confronti del corpo visibile, allo stesso modo non ci prendiamo cura anche dell`anima, che è incorporea e invisibile, soprattutto se consideriamo che il provvedervi non soltanto è cosa leggera e facile, ma non costa neppure fatica alcuna? Quando, invece, si deve curare il corpo, allora è necessario spendere molto denaro per guarire qualche sua malattia, ora per i medici, ora per altre necessità, come vestiti e alimenti, per tacere di altre cose procacciate unicamente per lusso, al di là del necessario. Quando si tratta dell`anima, al contrario, essa non ha bisogno di nessuna di queste cose. Se tu lo vuoi, così come ogni giorno provvedi al cibo per il corpo e spendi del denaro, similmente non trascurare l`anima, affinché non muoia di fame. Dalle, invece, il nutrimento conveniente, ricavandolo dalla lettura delle Scritture e dall`insegnamento spirituale: infatti non di solo pane vive l`uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4,4). Così facendo, ti sarai comportato ottimamente e avrai provveduto nella maniera giusta a riguardo di quella parte di noi stessi che più profondamente ci appartiene. Allo stesso modo, come fornisci diversi indumenti al corpo, a seconda delle differenti stagioni dell`anno; parimenti non trascurare l`anima, affinché non vada in giro spoglia di opere buone, ma rivestila di abiti decenti: la guarirai subito e le restituirai la sanità naturale.
E quali sono, poi, gli indumenti dell`anima? L`elemosina e la generosità verso i poveri: questi sono i migliori vestiti dell`anima, questi i suoi splendidi indumenti. Se poi desideri non soltanto rivestirla, ma altresì adornarla, così come sei solito fare con il corpo, conferiscile l`aiuto che proviene dalle preghiere e dalla confessione dei peccati, senza mai desistere dal lavare la sua faccia con lacrime continue. Allo stesso modo come, infatti, con ogni sollecitudine lavi ogni giorno il tuo volto fisico, affinché nessuna macchia non lo imbruttisca, non diversamente abbi cura anche dell`anima, lavandola ogni giorno con fervide lacrime: una volta cancellate le sue macchie grazie a quest`acqua, il suo volto apparirà più splendente. E dal momento che molte donne, disdegnando per la loro vanità il precetto apostolico con il quale si ordina di non adornarsi con riccioli o con oro o con perle o con una veste sontuosa (1Tm 2,9), lo fanno, invece, con grande ostentazione (né soltanto le donne, ma anche certi uomini effeminati divengono simili a deboli donnicciole, portando anelli alle dita e adornandosi di grandi e pesanti pietre, delle quali si dovrebbe arrossire); sia gli uni che le altre, tuttavia, qualora obbedissero alle mie parole, trasferirebbero nell`ornamento dell`anima quei monili d`oro, dannosi tanto agli uomini quanto alle donne, e con essi l`adornerebbero. Infatti, a differenza dei gioielli posti sul corpo, i quali, anche quand`esso sia bello, finiscono con l`imbruttirlo; gli ornamenti dell`anima, invece, persino nel caso che questa sia brutta, le conferiscono una straordinaria bellezza.
Ma com`è possibile, dirai, porre intorno all`anima degli ornamenti d`oro? Ancora una volta, rispondo, attraverso le mani dei poveri. Infatti, quando costoro li ricevono, rendono l`anima bella. Dona ai poveri oro e danaro e riempi i loro ventri; e, a loro volta, essi procureranno tanta bellezza alla tua anima che il tuo aspetto attraente alletterà il vero sposo e questi ti coprirà di innumerevoli doni. Una volta attratto il Signore con la tua bellezza, ti sarà elargito ogni bene e abbonderai di immense ricchezze. Se vogliamo, dunque, divenire amabili agli occhi del Signore, non adorniamo più tanto il corpo, quanto, piuttosto, curiamo con grande diligenza, ogni giorno, la bellezza dell`anima. In tal modo ci concilieremo la benevolenza del buon Dio e conseguiremo ineffabili beni.
Giovanni Crisostomo, Omelie sul Genesi, 21
Perché mai, così come ci mostriamo solleciti nei confronti del corpo visibile, allo stesso modo non ci prendiamo cura anche dell`anima, che è incorporea e invisibile, soprattutto se consideriamo che il provvedervi non soltanto è cosa leggera e facile, ma non costa neppure fatica alcuna? Quando, invece, si deve curare il corpo, allora è necessario spendere molto denaro per guarire qualche sua malattia, ora per i medici, ora per altre necessità, come vestiti e alimenti, per tacere di altre cose procacciate unicamente per lusso, al di là del necessario. Quando si tratta dell`anima, al contrario, essa non ha bisogno di nessuna di queste cose. Se tu lo vuoi, così come ogni giorno provvedi al cibo per il corpo e spendi del denaro, similmente non trascurare l`anima, affinché non muoia di fame. Dalle, invece, il nutrimento conveniente, ricavandolo dalla lettura delle Scritture e dall`insegnamento spirituale: infatti non di solo pane vive l`uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4,4). Così facendo, ti sarai comportato ottimamente e avrai provveduto nella maniera giusta a riguardo di quella parte di noi stessi che più profondamente ci appartiene. Allo stesso modo, come fornisci diversi indumenti al corpo, a seconda delle differenti stagioni dell`anno; parimenti non trascurare l`anima, affinché non vada in giro spoglia di opere buone, ma rivestila di abiti decenti: la guarirai subito e le restituirai la sanità naturale.
E quali sono, poi, gli indumenti dell`anima? L`elemosina e la generosità verso i poveri: questi sono i migliori vestiti dell`anima, questi i suoi splendidi indumenti. Se poi desideri non soltanto rivestirla, ma altresì adornarla, così come sei solito fare con il corpo, conferiscile l`aiuto che proviene dalle preghiere e dalla confessione dei peccati, senza mai desistere dal lavare la sua faccia con lacrime continue. Allo stesso modo come, infatti, con ogni sollecitudine lavi ogni giorno il tuo volto fisico, affinché nessuna macchia non lo imbruttisca, non diversamente abbi cura anche dell`anima, lavandola ogni giorno con fervide lacrime: una volta cancellate le sue macchie grazie a quest`acqua, il suo volto apparirà più splendente. E dal momento che molte donne, disdegnando per la loro vanità il precetto apostolico con il quale si ordina di non adornarsi con riccioli o con oro o con perle o con una veste sontuosa (1Tm 2,9), lo fanno, invece, con grande ostentazione (né soltanto le donne, ma anche certi uomini effeminati divengono simili a deboli donnicciole, portando anelli alle dita e adornandosi di grandi e pesanti pietre, delle quali si dovrebbe arrossire); sia gli uni che le altre, tuttavia, qualora obbedissero alle mie parole, trasferirebbero nell`ornamento dell`anima quei monili d`oro, dannosi tanto agli uomini quanto alle donne, e con essi l`adornerebbero. Infatti, a differenza dei gioielli posti sul corpo, i quali, anche quand`esso sia bello, finiscono con l`imbruttirlo; gli ornamenti dell`anima, invece, persino nel caso che questa sia brutta, le conferiscono una straordinaria bellezza.
Ma com`è possibile, dirai, porre intorno all`anima degli ornamenti d`oro? Ancora una volta, rispondo, attraverso le mani dei poveri. Infatti, quando costoro li ricevono, rendono l`anima bella. Dona ai poveri oro e danaro e riempi i loro ventri; e, a loro volta, essi procureranno tanta bellezza alla tua anima che il tuo aspetto attraente alletterà il vero sposo e questi ti coprirà di innumerevoli doni. Una volta attratto il Signore con la tua bellezza, ti sarà elargito ogni bene e abbonderai di immense ricchezze. Se vogliamo, dunque, divenire amabili agli occhi del Signore, non adorniamo più tanto il corpo, quanto, piuttosto, curiamo con grande diligenza, ogni giorno, la bellezza dell`anima. In tal modo ci concilieremo la benevolenza del buon Dio e conseguiremo ineffabili beni.
Giovanni Crisostomo, Omelie sul Genesi, 21
I bambini sono sacri
Sii per tuo figlio un protettore fedele:
fa che fino a dieci anni ti creda,
che sino a venti ti ami,
che sino alla morte ti rispetti.
Sino a dieci anni sii per lui il maestro,
sino a venti il padre,
fino alla morte l'amico.
Mery Barletta
fa che fino a dieci anni ti creda,
che sino a venti ti ami,
che sino alla morte ti rispetti.
Sino a dieci anni sii per lui il maestro,
sino a venti il padre,
fino alla morte l'amico.
Mery Barletta
Le opere di pietà
Le opere della pietà sono vastissime e la loro stessa varietà dà ai veri cristiani la possibilità di svolgere per intero il proprio ruolo nella distribuzione delle elemosine, siano essi ricchi e nell`abbondanza, o, al contrario, poveri e mediocri, cosicché coloro che sono ineguali nelle possibilità di largizione, siano almeno simili nell`affetto del cuore. Infatti, quando, sotto gli occhi del Signore, molti buttavano nel gazofilacio del tempio grosse cifre prese dalla loro opulenza, una vedova vi introdusse due monetine e meritò di essere onorata dalla testimonianza di Gesú Cristo per quel dono minimo, preferito all`offerta di tutti gli altri: infatti, davanti ai doni magnifici di coloro ai quali restava ancora molto, il suo, per misero che fosse, costituiva tutto il suo avere (cf. Lc 21,1-4).
Pertanto, se qualcuno è ridotto ad una povertà tale da non poter neppure elargire due spiccioli ad un indigente trova nei precetti del Signore di che adempiere il dovere deila benevolenza. Infatti, neppure chi avrà donato ad un povero un semplice bicchiere d`acqua fresca rimarrà senza ricompensa per il suo gesto (cf. Mt 10,42): oh, quali scorciatoie non ha preparato il Signore ai suoi servi per far loro conquistare il suo Regno, se persino il dono di un bicchiere d`acqua, d`uso gratuito e comune, non deve restare senza ricompensa!
E, perché nessuna difficoltà potesse frapporvi ostacoli, è proprio un po` d`acqua fresca che viene proposto come esempio di misericordia, per timore che qualcuno cui manca la legna per fare il fuoco e farla scaldare, potesse pensare di essere privato della ricompensa.
Il Signore, peraltro e non senza ragione, avvertí che tale bicchiere d`acqua doveva essere dato in suo nome, perché è la fede che rende preziose cose in sé stesse vili, e che le offerte degli infedeli, anche se fatte senza badare a spese, restano nondimeno vuote di ogni giustificazione.
Leone Magno, Sermo, 31, 2
Pertanto, se qualcuno è ridotto ad una povertà tale da non poter neppure elargire due spiccioli ad un indigente trova nei precetti del Signore di che adempiere il dovere deila benevolenza. Infatti, neppure chi avrà donato ad un povero un semplice bicchiere d`acqua fresca rimarrà senza ricompensa per il suo gesto (cf. Mt 10,42): oh, quali scorciatoie non ha preparato il Signore ai suoi servi per far loro conquistare il suo Regno, se persino il dono di un bicchiere d`acqua, d`uso gratuito e comune, non deve restare senza ricompensa!
E, perché nessuna difficoltà potesse frapporvi ostacoli, è proprio un po` d`acqua fresca che viene proposto come esempio di misericordia, per timore che qualcuno cui manca la legna per fare il fuoco e farla scaldare, potesse pensare di essere privato della ricompensa.
Il Signore, peraltro e non senza ragione, avvertí che tale bicchiere d`acqua doveva essere dato in suo nome, perché è la fede che rende preziose cose in sé stesse vili, e che le offerte degli infedeli, anche se fatte senza badare a spese, restano nondimeno vuote di ogni giustificazione.
Leone Magno, Sermo, 31, 2
venerdì 6 novembre 2009
Dalla disobbedienza di Eva al si di Maria
Parallelamente, si trova anche la Vergine Maria obbediente quando dice: “Ecco la tua serva, avvenga di me quello che hai detto”. Eva disobbedì, e fu disobbediente mentre era ancora vergine, e così fu causa di morte per sé e per tutto il genere umano. Maria, vergine obbediente, divenne causa di salvezza per se stessa e per tutto il genere umano... Da Maria ad Eva si ristabilisce lo stesso movimento. Infatti, ciò che è stato legato non può essere slegato se non ripercorrendo in senso inverso le pieghe del nodo, così che le prime pieghe siano sciolte grazie alle seconde e inversamente le seconde liberino le prime, per cui capita che il primo legame è sciolto dal secondo e il secondo nodo serve da slegatura per il primo... Perciò anche Luca fa cominciare la genealogia del Signore riconducendola ad Adamo, indicando che non erano stati i padri a generare il Figlio, ma questo a rigenerare loro per il Vangelo di vita. Così dunque il nodo della disobbedienza di Eva trovò soluzione grazie all’obbedienza di Maria. Ciò che Eva aveva legato per la sua incredulità, Maria l’ha sciolto per la sua fede...
E, come per opera di una vergine disobbediente, l’uomo fu colpito, cadde e fu soggetto a morte, così per opera ancora della Vergine obbediente alla Parola di Dio, l’uomo fu rigenerato alla vita... Era infatti necessario che Adamo fosse reintegrato in Cristo affinché fosse inabissato e sommerso ciò che è mortale nell’immortalità, e che Eva fosse rinnovellata in Maria, affinché la Vergine, divenuta avvocata di una vergine, dissolvesse e annullasse la disobbedienza verginale con la verginale obbedienza.
Fonte : San Ireneo da Lione, Contro le eresie
E, come per opera di una vergine disobbediente, l’uomo fu colpito, cadde e fu soggetto a morte, così per opera ancora della Vergine obbediente alla Parola di Dio, l’uomo fu rigenerato alla vita... Era infatti necessario che Adamo fosse reintegrato in Cristo affinché fosse inabissato e sommerso ciò che è mortale nell’immortalità, e che Eva fosse rinnovellata in Maria, affinché la Vergine, divenuta avvocata di una vergine, dissolvesse e annullasse la disobbedienza verginale con la verginale obbedienza.
Fonte : San Ireneo da Lione, Contro le eresie
Eva e Maria
Se Cristo si è fatto uomo per mezzo della Vergine, è perché è stato disposto (da Dio) che la disobbedienza del serpente fosse distrutta allo stesso modo in cui si manifestò all’inizio. Poiché Eva, quando era ancora Vergine e incorrotta, avendo concepito la parola che le disse il serpente, diede alla luce la disobbedienza e la morte; la Vergine Maria, però, concepì fede e gioia quando l’angelo Gabriele le diede la buona notizia che lo Spirito del Signore sarebbe sceso su di lei e che la potenza dell’Altissimo avrebbe steso su di lei la sua ombra, per cui il bambino da lei nato sarebbe stato santo e Figlio di Dio.
Fonte: San Giustino, Dialogo con Trifone,1oo, 4-5;PG 6, 709D; 712A
Fonte: San Giustino, Dialogo con Trifone,1oo, 4-5;PG 6, 709D; 712A
Adamo e Cristo
Adamo nacque da una terra vergine. Cristo fu formato dalla Vergine Maria. Il suolo materno da dove il primo uomo fu tratto, non era stato ancora dissodato dall’aratro. Il seno materno da dove uscì il secondo non fu mai violato dalla concupiscenza. Adamo fu modellato nell’argilla dalle mani di Dio. Cristo fu formato nel seno verginale dallo Spirito di Dio. L’uno e l’altro, quindi, hanno Dio per Padre e la vergine per madre. Come dice l’evangelista, entrambi erano “figli di Dio” (Lc 3,23-38).
Testo: Massimo di Torino,Sermone 19, PL 57, 571
vescovo del V secolo:
Testo: Massimo di Torino,Sermone 19, PL 57, 571
vescovo del V secolo:
giovedì 5 novembre 2009
La terra ha dato il suo frutto
La terra è Maria Santissima, che è della nostra terra e della nostra stirpe. Questa terra ha dato il suo frutto, cioè ha trovato nel Figlio ciò che aveva perduto nell’Eden. Prima è nato il fiore; e il fiore si è fatto frutto affinché noi lo mangiassimo e ce ne nutrissimo. Il Figlio è nato dalla serva, Dio dall’uomo, il Figlio dalla Madre, il frutto dalla terra.
San Girolamo, “La terra ha dato il suo frutto”
Commento al versetto del Salmo: (Sal 67,7),
San Girolamo, “La terra ha dato il suo frutto”
Commento al versetto del Salmo: (Sal 67,7),
mercoledì 4 novembre 2009
Pulvis es, et in pulverem reverteris (Gen 3,19)
Il 2 novembre, commemorazione dei fedeli defunti, il presbitero, durante l'omelia, ha citato un famoso libro di Sant'Alfonso Maria de' Liguori "APPARECCHIO ALLA MORTE" che a mio avviso potrebbe costituire momento di riflessione e meditazione proprio in questo mese tradizionalmente dedicato al culto dei morti.
Buona lettura
"S. Camillo de Lellis, quando si affacciava sulle fosse de' morti, dicea tra sé: Se questi tornassero a vivere, che non farebbero per la vita eterna? ed io che ho tempo, che fo per l'anima? Ma ciò lo dicea questo Santo per umiltà. Ma voi, fratello mio, forse con ragione potete temere d'essere quel fico senza frutto, di cui diceva il Signore: "Ecce anni tres sunt, ex quo venio quaerens fructum in ficulnea hac, et non invenio" (Luc 13,7). Voi più che da tre anni state nel mondo, che frutto avete dato? Vedete, dice S. Bernardo, che il Signore non solo cerca fiori, ma vuole anche frutti, cioè non solo buoni desideri e propositi, ma vuole anche opere sante. Sappiate dunque avvalervi di questo tempo, che Dio vi dà per sua misericordia; non aspettate a desiderare il tempo di far bene, quando non sarà più tempo, e vi sarà detto: "Tempus non erit amplius: Proficiscere", presto, ora è tempo di partire da questo mondo, presto, quel ch'è fatto è fatto."
Sant'Alfonso Maria de' Liguori
"APPARECCHIO ALLA MORTE"
Ritratto di un uomo da poco tempo passato all'altra vita, puntoIII
Buona lettura
"S. Camillo de Lellis, quando si affacciava sulle fosse de' morti, dicea tra sé: Se questi tornassero a vivere, che non farebbero per la vita eterna? ed io che ho tempo, che fo per l'anima? Ma ciò lo dicea questo Santo per umiltà. Ma voi, fratello mio, forse con ragione potete temere d'essere quel fico senza frutto, di cui diceva il Signore: "Ecce anni tres sunt, ex quo venio quaerens fructum in ficulnea hac, et non invenio" (Luc 13,7). Voi più che da tre anni state nel mondo, che frutto avete dato? Vedete, dice S. Bernardo, che il Signore non solo cerca fiori, ma vuole anche frutti, cioè non solo buoni desideri e propositi, ma vuole anche opere sante. Sappiate dunque avvalervi di questo tempo, che Dio vi dà per sua misericordia; non aspettate a desiderare il tempo di far bene, quando non sarà più tempo, e vi sarà detto: "Tempus non erit amplius: Proficiscere", presto, ora è tempo di partire da questo mondo, presto, quel ch'è fatto è fatto."
Sant'Alfonso Maria de' Liguori
"APPARECCHIO ALLA MORTE"
Ritratto di un uomo da poco tempo passato all'altra vita, puntoIII
martedì 3 novembre 2009
Dio dentro di me
.....Che vuoi di più, o anima, e perchè cerchi ancora fuori i tuoi diletti, la tua soddisfazione, la tua abbondanza, e il tuo regno, cioè l'Amato, che tu desideri e brami? Gioisci e rallegrati pure con Lui nel tuo raccoglimento interiore, poichè lo hai così vicino! Qui desideralo, adoralo, senza andare a cercarlo altrove, poichè ti distrarresti, ti stancheresti senza ne poterlo trovare nè godere con maggiore certezza e celerità, ne averlo più vicino che dentro di te. Vi è un'unica difficoltà e cioè che, pur essendo dentro di te, se ne sta nascosto; però è già molto se si conosceil luogo dove sta nascosto per cercarlo con la certezza di trovarlo.
E' quanto tu, o anima, chiedi allorchè con affetto di amore dici : Dove ti nascondesti?
San Giovanni della Croce, Cantico spirituale
Commento alla strofa 1, 8
E' quanto tu, o anima, chiedi allorchè con affetto di amore dici : Dove ti nascondesti?
San Giovanni della Croce, Cantico spirituale
Commento alla strofa 1, 8
lunedì 2 novembre 2009
Giovanni Paolo II: Signore, grazie per la Vita oltre la vita
Grande Karol non sarai mai dimenticato.
domenica 1 novembre 2009
Festa di tutti i Santi
"A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. E’ chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro. Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri. Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, é quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all’assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi.
Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi e ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipano con i voti dell’anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l’aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non é certo disdicevole, perché una tale fame di gloria é tutt’altro che pericolosa. Vi é un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed é quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come é ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati. Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo. Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita é nascosta con lui in Dio. Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostri corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che é lui stesso.
Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomaparabile abbia a diventare realtà, ci é necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere."
Luturgia delle ore
Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368
Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi e ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipano con i voti dell’anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l’aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non é certo disdicevole, perché una tale fame di gloria é tutt’altro che pericolosa. Vi é un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed é quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come é ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati. Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo. Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita é nascosta con lui in Dio. Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostri corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che é lui stesso.
Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomaparabile abbia a diventare realtà, ci é necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere."
Luturgia delle ore
Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368
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