Le parole non sono state inventate perché gli uomini s’ingannino tra loro ma perché ciascuno passi all’altro la bontà dei propri pensieri. San Agostino

domenica 27 novembre 2011

Lettera 217: Alla signora Angles

(...)Cara signora, poiché mi permette di parlarle come ad una sorella amata, mi sembra che il buon Dio le chieda un abbandono ed una confidenza senza limiti. Nelle ore di maggior sofferenza in cui sente dei vuoti spaventosi, pensi che allora egli scava nella sua anima delle capacità più grandi di riceverlo, vale a dire, in certo qual modo infinite come lui. Si sforzi dunque di essere, per la volontà, tutta piena di gioia sotto la mano che la crocifigge, vorrei perfino dire, guardi ad ogni sofferenza e ad ogni prova come ad una prova d’amore che le viene direttamente da parte del buon Dio per unirla a lui. Dimenticarsi per quel che riguarda la sua salute, non significa trascurare di curarsi, perché questo è il suo dovere e la sua migliore penitenza, ma lo faccia con grande abbandono dicendo a Dio «grazie» qualunque cosa accada. Quando più si fa sentire il peso del corpo e affatica la sua anima, non si scoraggi, ma vada con fede ed amore da colui che ha detto: «Venite a me ed io vi consolerò» [Mt 11,28].

Per quanto riguarda il morale, non si lasci mai abbattere dal pensiero delle sue miserie. Il grande S. Paolo dice: «Dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia» [Rm 5,20]. Mi sembra che l’anima più debole, perfino più colpevole, sia quella che ha più margine di speranza e l’atto che essa compie per dimenticarsi e gettarsi nelle braccia di Dio, lo glorifichi e lo riempia di gioia più che tutti i ripiegamenti su se stessa ed ogni altro tentativo di scrutare le proprie infermità. Essa infatti possiede e porta in se stessa un Salvatore che la vuole purificare ad ogni momento. Ricordi la bella pagina del Vangelo dove Gesù dice al Padre «che gli ha dato potere sopra ogni carne al fine di comunicare la vita eterna» [Gv 17,2]. Ecco quello che vuole compiere in lei. Vuole in ogni momento che esca da se stessa e abbandoni ogni preoccupazione per ritirarsi in quella solitudine che egli si è scelta nel fondo del suo cuore. È sempre là, anche se lei non lo sente. L’aspetta e vuole stabilire con lei «un mirabile commercio», come cantiamo nella bella liturgia [Liturgia dell’Ottava di Natale], un’intimità di Sposo e sposa. Le sue infermità, le sue mancanze, tutto ciò che la turba, è lui stesso, mediante questo contatto continuo, che vuole eliminarle dalla sua anima. Non ha forse detto: «Non sono venuto per giudicare, ma per salvare?» [Gv 12,47]. Nulla deve sembrarle un ostacolo per andare a lui. Non dia troppo importanza al fatto di essere infiammata o scoraggiata. Passare da uno stato all’altro, è la legge dell’esilio. Quello che conta è che lui non cambia mai, che nella sua bontà è sempre piegato su di lei per unirla stabilmente a sé. Nonostante tutto il vuoto e la tristezza opprimenti, unisca la sua agonia a quella del Maestro nell’orto degli ulivi quando diceva al Padre. «Se è possibile, passi da me questo calice» [Mt 26,39].

Cara signora, forse le sembrerà difficile dimenticarsi. Invece è tanto semplice da non meritare alcuna preoccupazione. Le dirò il mio «segreto». Basta pensare a Dio che abita in noi come nel suo tempio. È San Paolo che lo dice [2Cor 6,16] e possiamo crederlo. A poco a poco l’anima si abitua a vivere nella dolce compagnia dell’ospite divino, comprende di essere un piccolo cielo in cui il Dio d’amore ha stabilito la sua dimora. Allora essa respira in un’atmosfera divina, direi perfino che non c’è più che il suo corpo sulla terra, e l’anima vive al di là di ogni nube e di ogni velo, in colui che non muta mai. Non dica che questo è troppo per lei, che è troppo miserabile. Questa, se mai, è una ragione di più per accostarsi a colui che è il Salvatore. Non è guardando alla nostra miseria che saremo purificati, ma guardando a colui che è tutto purezza e santità. S. Paolo dice che Dio ci ha scelto per essere conformi alla sua immagine [Rm 8,29]. Nei momenti più dolorosi, si ricordi che il divino Artista, per rendere più bella l’opera sua, si serve dello scalpello, e rimanga in pace sotto la mano che lavora. Quel grande Apostolo che è S. Paolo, dopo essere stato rapito al terzo cielo, sentiva la propria infermità, e se ne lamentava con Dio che gli rispondeva: «Ti basti la mia grazia, perché la forza si perfeziona con la debolezza» [2or 12,9]. Non le sembra che tutto questo sia tanto consolante?…

Coraggio dunque, cara signora e sorella, l’affido in modo particolare ad una certa piccola carmelitana morta a 24 anni in odore di santità, che si chiamava Teresa del Bambino Gesù. Essa diceva prima di morire, che avrebbe passato il suo cielo a fare del bene sulla terra. La sua grazia è quella di dilatare le anime, di lanciarle sulle onde dell’amore, della confidenza, dell’abbandono. Diceva di aver trovato la felicità dopo aver incominciato a dimenticarsi. La invochi con me ogni giorno perché le ottenga quella scienza che fa i santi e che dà all’anima tanta pace e felicità!
La sua sorellina e amica

M. Elisabetta della Trinità r.c.i.(3)

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